Il 30 ottobre, all’Università Roma Tre, giuristi e operatori del diritto a confronto sugli obblighi di protezione degli Stati prima dell’ingresso nel territorio nazionale.
Può uno Stato essere tenuto a proteggere una persona che si trova ancora fuori dai suoi confini? E se sì, a quali condizioni e con quali strumenti? È da queste domande che prende le mosse Il diritto di uscire. Il diritto di tornare, il convegno in programma venerdì 30 ottobre 2026, dalle 9.15 alle 18.30, all’Aula Magna del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, e con possibilità di seguirlo online.
L’iniziativa è promossa da ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) insieme al Dipartimento di Giurisprudenza di Roma Tre e alla Legal Clinic dell’ateneo.
Una questione giuridica al centro del dibattito
Il punto di partenza è il recente contenzioso, italiano ed europeo, sui visti umanitari, sull’accesso alle rappresentanze diplomatico-consolari e sulla possibilità di lasciare Gaza. Una vicenda che ha riportato in primo piano un nodo fondamentale: se gli obblighi di protezione che gravano sugli Stati possano produrre effetti anche prima che la persona straniera entri nel territorio nazionale e imporre misure idonee a consentirne l’accesso.
Per l’Italia la questione chiama in causa il diritto costituzionale d’asilo, il diritto dell’Unione europea e gli obblighi internazionali di tutela dei diritti fondamentali. Apre inoltre interrogativi rilevanti sull’effettività, sull’estensione e sui limiti della tutela giurisdizionale.
Un confronto tra orientamenti
Il seminario si propone di mettere a confronto le diverse ricostruzioni emerse in dottrina e in giurisprudenza, di individuare i nodi interpretativi ancora aperti e di verificare quali strumenti l’ordinamento offra, e quali limiti presenti, per garantire un accesso effettivo alla protezione. Il paradosso da sciogliere è che, in questi casi, raggiungere il territorio è la condizione necessaria per poter ottenere la protezione stessa.
ADA3 – Agenzia per il Diritto all’Abitare è il progetto dedicato al diritto all’abitare nel Municipio III, realizzato dal Municipio Roma III, insieme a Nonna Roma e con il supporto del programma per Roma Periferiacapitale della Fondazione Charlemagne.
Nel Municipio III, ADA3 porta avanti da ormai due anni un lavoro territoriale di orientamento, accompagnamento e supporto attivo alle persone che vivono situazioni di difficoltà economica e sociale nell’ambito abitativo, attraverso sportelli sociali, consulenze e percorsi di sostegno, contribuendo a costruire risposte concrete alle difficoltà di accesso alla casa.
Oggi questo percorso entra in una nuova fase. Dopo il lavoro svolto in questi anni, ADA3 vuole consolidare quanto costruito e sviluppare nuovi strumenti, nuove conoscenze e nuove forme di intervento per il diritto all’abitare.
Questo percorso sarà al centro dell’iniziativa “ADA DIFENDE LA CITTÀ – Esperienze e pratiche innovative nel III Municipio”, in programma il 15 ottobre 2026: una giornata per raccontare il lavoro svolto da ADA3, fare il punto sui risultati raggiunti e guardare alle prospettive future dell’Agenzia.
Un percorso che si sviluppa.
La nuova fase di ADA3 si svilupperà attraverso nuovi strumenti e nuove attività.
Con l’apertura di CASA 3, il progetto rafforzerà la propria presenza territoriale con un nuovo spazio dedicato all’ascolto, all’orientamento e all’accompagnamento delle persone che affrontano difficoltà nell’accesso alla casa.
Con AFFITTO GARANTITO, invece, il Municipio, insieme a Nonna Roma e con il sostegno di Fondazione Charlemagne, mette in campo un nuovo fondo di garanzia per intervenire su una delle barriere che oggi rendono difficile l’accesso alla locazione: la richiesta di garanzie per poter stipulare un contratto di affitto.
Il fondo nasce dalla necessità di dare una risposta concreta a chi, pur avendo un reddito e la possibilità di sostenere un canone, rischia di essere escluso dal mercato della locazione perché non dispone delle garanzie richieste.
Attraverso strumenti di garanzia, assistenza e accompagnamento, AFFITTO GARANTITO vuole rendere più accessibile la locazione e favorire l’incontro tra chi cerca casa e chi mette un immobile in affitto.
La nuova fase del progetto comprende inoltre una rilevazione e analisi delle condizioni abitative del Municipio III, realizzata da Università degli Studi di Roma La Sapienza, per conoscere meglio i bisogni delle persone, le caratteristiche del mercato della locazione e le trasformazioni del territorio.
Il sostegno di Fondazione Charlemagne e del Municipio Roma III.
La nuova fase di ADA3 è resa possibile dal sostegno di Fondazione Charlemagne e del Municipio Roma III che, anche con Nonna Roma, accompagnano lo sviluppo del progetto e la costruzione di nuovi strumenti per il diritto all’abitare.
In particolare, il sostegno di Fondazione Charlemagne è centrale per lo sviluppo di AFFITTO GARANTITO e per il rafforzamento della capacità di ADA3 di sperimentare risposte innovative alle difficoltà di accesso alla casa.
Il diritto all’abitare e il diritto alla città.
Il percorso di ADA3 si sviluppa in una Roma nella quale abitare è diventato sempre più difficile.
L’aumento dei canoni, la scarsità di abitazioni accessibili, la precarietà economica e le trasformazioni del mercato immobiliare stanno rendendo più difficile per molte persone continuare a vivere nei propri quartieri e nella propria città.
In questo contesto, la crescita del peso degli interessi privati e finanziari legati al patrimonio immobiliare pone una questione centrale: come garantire che la trasformazione della città non avvenga a discapito della sua funzione abitativa e del diritto delle persone a viverla.
Per ADA3, il diritto all’abitare è quindi anche diritto alla città.
Gli strumenti territoriali possono offrire risposte concrete, ma devono inserirsi in una più ampia responsabilità pubblica: servono politiche capaci di garantire l’accesso alla casa, sostenere chi è in difficoltà e governare le trasformazioni del mercato della locazione.
È dentro questa prospettiva che ADA3 continua il proprio percorso: partendo dai bisogni delle persone, rafforzando le reti territoriali e costruendo strumenti che possano contribuire a rendere il diritto all’abitare concretamente accessibile.
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ADA DIFENDE LA CITTÀ.
Esperienze e pratiche innovative nel Municipio III .
Il 15 ottobre ci incontriamo per raccontare il percorso di ADA3, il lavoro costruito nel territorio e la nuova fase che si apre per il diritto all’abitare.
Sarà una giornata di confronto e di condivisione, con istituzioni, realtà sociali, operatori e operatrici, ricerca e cultura, per fare il punto sul percorso dell’Agenzia e discutere delle nuove prospettive.
📅 15 ottobre 2026🕒 Dalle ore 17:00📍 Sala Consiliare del Municipio Roma IIIPiazza Sempione 15, Roma
Il programma.
Ore 17:00 – Due anni di Agenzia sociale per l’abitare: storia, risultati e prospettive
Due anni di ADA3: un racconto dell’esperienza, dei risultati raggiunti e del lavoro svolto sul territorio.
Intervengono:
Alberto Campailla – Presidente Nonna Roma
Paolo Marchionne – Presidente del Municipio Roma III
Laura De Felice – Operatrice ADA3
Tobia Zevi – Assessore alle Politiche abitative di Roma Capitale
Barbara Funari – Assessora alle Politiche Sociali di Roma Capitale
Ore 18:15 – Firma del Protocollo con i Sindacati
Firma del Protocollo con: SUNIA, SICET, UNIAT, Unione Inquilini.
Ore 18.30 – Il futuro dell’Agenzia sociale: apertura di Casa 3, Fondo di garanzia e rilevazione con l’Università
Prospettive, nuovi strumenti e pratiche innovative per il diritto all’abitare.
Intervengono:
Enrico Puccini – Coordinatore ADA3
Luca Blasi – Assessore alle Politiche abitative del Municipio Roma III
Andrea Ciarini – Università degli Studi di Roma La Sapienza
Stefania Mancini – Presidente Fondazione Charlemagne
Nella Converti – Presidente della Commissione Politiche sociali di Roma Capitale
Yuri Trombetti – Presidente della Commissione Politiche abitative di Roma Capitale
Maria Romano – Assessora alle Politiche sociali del Municipio Roma III
Alessandra Massaro – Coordinatrice dell’Agenzia Sociale per l’abitare capitolina (ASAC)
Interverranno con incursioni artistiche e reading: Christian Raimo, Mannarino, Daniela Collu e Claudio Morici.
Un pomeriggio per raccontare ciò che ADA3 ha costruito e guardare insieme a ciò che ancora possiamo costruire per il diritto all’abitare e per una città più giusta.
Nella Giornata europea delle fondazioni, una riflessione sul ruolo delle comunità nel contrastare solitudine e disuguaglianze nelle zone marginalizzate delle città
In occasione della Giornata europea delle Fondazioni del 1 ottobre 2026, la Fondazione Charlemagne vuole richiamare il ruolo distintivo di fondazioni ed enti filantropici nella costruzione di una società più equa, giusta e inclusiva.
Un ruolo che crediamo passi specialmente nel sostenere le organizzazioni del Terzo Settore che ogni giorno si impegnano con tenacia nella prevenzione delle fragilità e per il benessere di persone e comunità: costruendo spazi di aggregazione, organizzando sportelli di ascolto e orientamento, creando attività culturali e sportive inclusive, e ancora iniziative contro la solitudine, servizi per famiglie, caregiver, giovani e anziani. Si tratta di esperienze diverse, ma unite dall’obiettivo di generare risposte strutturali a problematiche che rischiano sempre più di avere conseguenze enormi.
La solitudine rappresenta un fenomeno in crescita, che riguarda tutte le generazioni e incide su salute, istruzione, economia e tenuta sociale. Per questo è necessario adottare un cambio di prospettiva che la veda non più come una fragilità individuale, ma un problema sistemico che richiede una responsabilità collettiva integrata.
È una lettura che trova riscontro nelle periferie urbane, dove la mancanza di luoghi di incontro e servizi di prossimità alimenta isolamento e disuguaglianze. Qui le comunità sono spesso il primo presidio di prevenzione. Attraverso il programma Periferiacapitale, Fondazione Charlemagne sostiene le associazioni civiche e i processi comunitari che ogni giorno costruiscono connessione, partecipazione e opportunità nei territori più marginalizzati.
È disponibile online il Bilancio Sociale 2025 di Fondazione Charlemagne: il racconto di un anno di crescita, nuove sfide e scelte coraggiose, senza mai perdere di vista ciò che guida ogni nostra azione, essere al servizio delle persone e dei territori.
Nel 2025 abbiamo accolto nuove energie, aperto nuovi percorsi e rafforzato il nostro agire collettivo. Perché cambiare non significa cambiare direzione, ma trovare ogni giorno nuovi modi per perseguire la nostra missione.
Il documento è consultabile e scaricabile sul sito della Fondazione, all’interno della pagina Identità e missione.
Cambiare la narrazione sulle migrazioni è l’obiettivo della Rete Lampedusa, il network nazionale promosso dal medico ed ex parlamentare europeo Pietro Bartolo per costruire una visione del fenomeno migratorio fondata su dati, diritti umani e percorsi di ingresso regolari.
La presentazione ufficiale si è tenuta questa mattina, mercoledì 15 luglio, alle ore 10:00, presso l’Istituto Maria Ausiliatrice delle Salesiane di Don Bosco, in Via Marghera 59 a Roma.
Una rete per colmare un vuoto
Rete Lampedusa nasce per rispondere a un vuoto politico, culturale e narrativo che da anni segna il dibattito pubblico sulle migrazioni, oggi schiacciato tra la retorica dell’invasione e il silenzio dettato dal calcolo elettorale. L’obiettivo del network è mettere in rete competenze, esperienze e buone pratiche di chi lavora ogni giorno nell’accoglienza e nell’integrazione, per costruire una contro-narrazione credibile, autorevole e organizzata.
A presentare il progetto e le strategie di sviluppo della rete sul territorio nazionale sono stati Agostino Sella, presidente di Don Bosco 2000, insieme a Massimo Costanza, coordinatore strategico e organizzativo dei nuclei regionali.
L’incontro, moderato da Stefano Arduini, direttore di Vita, ha visto il contributo di autorevoli voci del mondo della cultura, del giornalismo, della magistratura e dell’impegno civile: Carlo Borgomeo, Kasia Smutniak, Vinicio Capossela, Nello Scavo, Nicolò Govoni e Luigi Patronaggio. Le conclusioni sono state affidate allo stesso Pietro Bartolo, promotore della rete, che ha tracciato la visione e gli obiettivi del nuovo network nazionale.
Perché una rete, e perché ora
Medico e per anni presidio umano di Lampedusa, Bartolo ha curato in prima persona migliaia di persone sbarcate sull’isola. La sua idea è semplice e insieme radicale: la migrazione non si affronta con slogan o scorciatoie ideologiche, ma con responsabilità, umanità, visione europea e strumenti concreti. Rete Lampedusa vuole affermarlo nei fatti, mettendo al centro serietà, canali legali, integrazione e responsabilità condivise.
Dal 22 al 28 giugno 2026, le periferie italiane hanno preso parola da protagoniste per cambiare la narrazione
La prima edizione della Settimana delle Periferie si è conclusa: sette giorni in cui le periferie italiane non sono state oggetto di racconto altrui, ma hanno scelto come e cosa raccontare di sé. I numeri parlano chiaro: oltre 10.000 persone coinvolte, più di 70 eventi distribuiti in tutto il paese, da Roma a Palermo, da Genova a Torino, da Napoli a Lecce, dall’entroterra siciliano alla Sardegna, passando per le Marche e la Calabria. Un’iniziativa nata dalla collaborazione tra Fondazione Charlemagne e la Commissione parlamentare sulle periferie, che ha scelto come momento simbolico la Giornata Nazionale delle Periferie Urbane del 24 giugno per affermare un concetto semplice ma necessario: le periferie esistono, non come margini ma come spazi di possibilità, che quotidianamente creano comunità proiettandosi al futuro.
Una mappa del paese di cui ancora non si parla
Il calendario della Settimana ha attraversato l’Italia da nord a sud, e da est ad ovest disegnando una mappa alternativa del paese: quella delle realtà civiche, delle cooperative sociali, dei comitati di quartiere, delle associazioni di promozione sociale che ogni giorno lavorano nei territori.
A Roma, fulcro di oltre quaranta iniziative diffuse in tutti i quadranti della città, le periferie si sono animate con una varietà che sfida ogni narrazione semplificatrice. Tra le tante, al Prenestino, La Maison APS ha aperto una mostra fotografica in cui persone con disabilità hanno restituito il loro sguardo sugli spazi urbani. A Pietralata, Liberi Nantes ha portato in campo un’amichevole di calcio nel segno della Refugee Week, trasformando lo sport in uno strumento di memoria migrante. A Quartaccio, la grande festa di chiusura del percorso comunitario “Live in Quartaccio” promossa da Zip Zone di Intersezione Positiva APS ha celebrato mesi di laboratori di educazione, arte e ambiente, coronati dalla nascita di una biblioteca all’aperto sulla flora urbana. A Corviale, Calciosociale ha continuato il suo centro estivo, perché l’estate non è una pausa ma un tempo di crescita. Al Laurentino 38, APS Pontedincontro ha chiuso la stagione con un workshop di kintsugi – l’arte giapponese di riparare con l’oro – come metafora perfetta del lavoro di cura che si fa ogni giorno nei quartieri. La Fondazione Piccolo America ha illuminato per cinque sere le piazze di Casale della Cervelletta e Monte Ciocci con il Cinema in Piazza. Retake Roma è tornata sulle aiuole di Largo Don Orione, con residenti, anziani e bambini. A Ostia, biologi marini di APS Sotto al Mare hanno guidato una biopasseggiata sul litorale. A Testaccio, la Falegnameria Sociale di K_Alma ha costruito con la cittadinanza una panchina in legno sopravvissuto alla tempesta Vaia, impreziosita dai versi dei Poeti del Trullo.
A Napoli, nella Scampia che non vuole essere solo cronaca, la Fondazione Alessandro Pavesi ha raccontato la storia di (R)esistenza, spazio sottratto alla camorra e restituito alla comunità, e Libera contro le mafie ha rinnovato il torneo “Libera in Goal”, trent’anni di calcio contro le mafie nel nome di Antonio Landieri. A Palermo, tra Borgo Vecchio, Danisinni, ZEN e Kalsa, le periferie siciliane hanno ospitato laboratori creativi per bambini, una settimana di giochi senza frontiere, un ricamo collettivo transfemminista e tre giorni di formazione sull’etica efficace. A Cagliari, il Teatro Dante di Pirri si è trasformato per una sera in un palcoscenico di arti vive. Nell’entroterra siciliano, ad Aidone, Barrafranca, Pietraperzia e Santa Caterina Villarmosa, tutti comuni a rischio spopolamento, Associazione Don Bosco 2000 ha piantato alberi insieme alle comunità di accoglienza, come gesto condiviso di cura e di futuro.
A Lecce, nel quartiere Ferrovia, la Fondazione Emmanuel ha aperto la Casa Comune per un incontro sulla centralità della persona nelle periferie urbane. A Pesaro, a Torino, a Milano, a Genova e in Liguria, dove infine Defence for Children International ha portato i ragazzi di RapLab sul palco di una festa di quartiere e poi all’Istituto Penale Minorile di Pontremoli, ogni territorio ha portato la propria voce all’interno di un coro che per una settimana ha risuonato in tutta Italia.
Una parola per descrivere la tua periferia
In occasione della Settimana, abbiamo chiesto alle associazioni e ai comitati di quartiere partecipanti di fermarsi un momento e trovare una sola parola per raccontare il proprio territorio. Le parole che sono arrivate compongono un vocabolario inedito, vivo, contraddittorio e vero come solo la realtà sa essere:
Resistente. Fioritura. Comunità. Sudore. Reale. Isola che non c’è. Cura. Trasformazioni. Unitarietà. Transgenerazionalità. Eterogeneo. Relazione. Isolati. Radici nel cemento. Inclusione. Poliedrico. Floreale. Amichevole. Multiculturale. Materiale inespresso. Perseveranza.
Parole che non si trovano nelle pagine nazionali ma che raccontano l’ostinazione e la fiducia di chi ogni giorno si impegna per il futuro della propria comunità. Di generazioni che si trasmettono qualcosa senza saperlo formalizzare. Di luoghi che sembrano isole e invece sono connessi a tutto. Di “materiale inespresso” che aspetta solo di essere visto: questo vocabolario è, forse, il risultato più prezioso della prima Settimana delle Periferie.
La parola della presidente
«Nelle periferie italiane esistono già prassi importantissime di dialogo tra cittadini, gruppi organizzati, realtà spontanee e amministrazioni locali», afferma Stefania Mancini, presidente di Fondazione Charlemagne. «Quello che vogliamo è che queste prassi diventino prassi nazionale. La filantropia — come ci insegna Otto Scharmer — può essere il collante e il facilitatore tra istituzioni e comunità. Per questo quest’anno abbiamo inserito nel programma Periferiacapitale la presenza di ASGI, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, per sostenere contenziosi strategici su difficoltà concrete che emergono nei territori. Se questo movimento continua a partire dal basso, non è possibile che non contamini anche chi sta in alto. L’ambizione di cambiare la narrazione è legittima. E’ urgente. Forse siamo tutti un po’ stanchi di sentirci raccontare solo il negativo: io vorrei che i media ci raccontassero anche il buono. Questa Settimana è stata, tra le altre cose, la prova che il buono c’è, è diffuso, e merita di essere visto.»
Una prima edizione, non un punto di arrivo
La Settimana delle Periferie 2026 è stata la prima edizione, a cui desideriamo seguano tante altre. In sette giorni, più di settanta realtà hanno dimostrato che le periferie italiane sono laboratori di innovazione civica, spazi di cura collettiva, luoghi dove si sperimenta ogni giorno ciò che altrove si teorizza. Che la prossimità non è un limite ma un metodo. Che la fiducia reciproca tra comunità, istituzioni e terzo settore non è utopia: è già in corso, in molti luoghi, con fatica e con orgoglio. Per questo, il programma Periferiacapitale di Fondazione Charlemagne continua il suo lavoro di accompagnamento alle realtà civiche nelle periferie romane e italiane: perché le periferie non hanno bisogno di essere salvate, hanno bisogno di essere ascoltate.
Dal 22 al 28 giugno, in occasione della Giornata nazionale delle Periferie urbane, la Fondazione Charlemagne porta in tutta Italia la Settimana delle Periferie: sport, cultura, comunità e partecipazione per per una nuova narrazione che rimette al centro comunità e spazi capaci di generare inclusione e giustizia sociale
Le periferie non sono il margine. Sono una lente attraverso cui leggere le disuguaglianze e la complessità delle nostre città – ed è da questa convinzione che nasce la Settimana delle Periferie, l’iniziativa nazionale promossa dalla Fondazione Charlemagne in collaborazione con la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle Periferie.
Dal 22 al 28 giugno 2026, partendo da Roma e arrivando a Cagliari, Lecce, Napoli, Palermo, Torino, Milano, Genova e Pesaro, decine di realtà del territorio animeranno piazze, parchi e quartieri con eventi sportivi, culturali e di comunità, gratuiti e aperti a tutte e tutti.
Perché il 24 giugno
La Settimana nasce in occasione della Giornata nazionale delle Periferie urbane, istituita con la Legge n. 170/2024 e fissata al 24 giugno: una data scelta per non dimenticare quanto accaduto a Caivano nel 2014, quando perse la vita la piccola Fortuna Loffredo, e per trasformarla in un momento di valorizzazione delle energie civiche, delle reti di mutualismo e delle pratiche di cura collettiva che ogni giorno cambiano il volto delle aree marginali.
L’iniziativa raccoglie l’eredità di Periferiacapitale, il programma con cui la Fondazione Charlemagne sostiene da sei anni a Roma, oltre 120 realtà tra associazioni, comitati di quartiere, cooperative sociali e gruppi di volontariato. Con la Settimana delle Periferie, quel modello diventa nazionale: una piattaforma di riconoscimento e alleanza per le comunità che, ogni giorno, contrastano le disuguaglianze nei propri territori con la volontà di trasformare radicalmente il modo di raccontare le aree marginali, non più come luoghi di solo degrado, bensì come bacini di innovazione sociale, possibilità e partecipazione.
“Nella nostra esperienza, la periferia non è il fuori, non è il margine. È una lente attraverso cui comprendere le disuguaglianze e la complessità sociale delle città. Nel 2025 abbiamo sostenuto l’istituzionalizzazione della Giornata nazionale delle periferie urbane che ricorre il 24 giugno. Con la Settimana delle Periferie vogliamo scardinare lo stigma che troppo spesso colpisce le aree urbane considerate marginali, ignorate dal discorso pubblico o raccontate solo attraverso la cronaca nera o l’emergenza o i problemi. La realtà ci insegna che le città cambiano davvero solo quando le comunità locali vengono riconosciute come soggetti attivi, quando si rafforzano legami sociali e spazi comuni. Questa iniziativa non è una celebrazione rituale, ma un dispositivo culturale per dare voce a chi esercita il diritto alla città e al futuro, trasformando le periferie in luoghi di possibilità” Stefania Mancini, presidente di Fondazione Charlemagne
“Sarà una bellissima settimana “on the road” su e giù per l’Italia, a partire dalla Capitale, per vivere a pieno lo spirito di questa Giornata, che vediamo già cresciuta in modo esponenziale in un solo anno e che supera, grazie a una cornice normativa nazionale, l’estemporaneità di iniziative episodicheSono davvero tanti, da nord a sud, gli appuntamenti organizzati da Comuni, dalle associazioni, dalle parrocchie, dalle realtà del terzo settore per questa occasione. La nostra vicinanza sul campo è il modo per dire “grazie” alle tante realtà associative di prossimità che generano valore civico nella nostra società. Una presenza anche delle istituzioni che muove fin dal suo insediamento la Commissione stessa, attraverso le continue visite istituzionali nei territori per indagare sulle criticità, ma anche per attenzionare e conoscere il fermento positivo e virtuoso che caratterizza sempre di più le periferie italiane, come dimostra anche questa grande iniziativa diffusa” On. Alessandro Battilocchio, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta Periferie
Le iniziative in programma
Con un programma di oltre 40 iniziative, Roma è il cuore pulsante della Settimana. Un calendario fittissimo che attraversa tutti i quadranti della città: dalla mostra fotografica di Maison APS a Prenestino alla rigenerazione del Parchetto Ribelle di Alberone con Urbis Next Gen, dal torneo di bocce inclusivo dell’Associazione Il Melograno Rosso a Selva Candida alla presentazione del volume La Città Giusta al Centro Giano, fino al rafting sull’Aniene con Insieme per l’Aniene Aps. Si continua con il cinema all’aperto a Casal Bruciato e Cinecittà, il cineforum di Lucha y Siesta al Quadraro, il restyling del campo da basket a Torrevecchia con Bronx Legendz, la passeggiata per la salute mentale a Labaro-Prima Porta con Salviamo la Mente, il gioco urbano “Pop Up The Game” di Open City Roma al Tuscolano e la festa di Pontedincontro a Laurentino 38.
Il 25 giugno è una delle giornate più dense, tra il workshop di autocostruzione di K_Alma a Testaccio, la presentazione del libro Teoria della classe armata all’Esquilino, la cena di comunità di Io Sono APS a Tor Marancia, la pulizia del Parco Labia a Fidene e le bio-passeggiate sulla spiaggia libera di Ostia Ponente con l’APS Sotto al Mare. Si chiude tra il 26 e il 28 giugno con la serata di animazione sociale a Cesano di Roma, l’apertura serale della Biblioteca Sociale Passepartout a Podere Rosa, la caccia al tesoro di ASD Borgata Gordiani a Villa Gordiani, la giornata di sport e socialità del Gruppo Sportivo Grottarossa, lo spettacolo teatrale di Spinaceto Cultura Teatro della Dodicesima e il gran finale all’Idroscalo di Ostia con il Festival In-Dipendenza di MEDU e La Rada.
Da Cagliari a Torino: una rete che attraversa l’Italia
La Settimana delle Periferie non si ferma alla Capitale. A Cagliari, il 23 giugno, la Fondazione Domus de Luna porta teatro, musica e arti circensi a Pirri. A Lecce, il 24 giugno, la Fondazione Emmanuel apre il Centro di Prossimità Casa Comune nel quartiere Ferrovia per un dialogo sulla centralità della persona. A Napoli, tra il 22 e il 28 giugno, Scampia è protagonista con la rinascita dell’Officina delle Culture Gelsomina Verde, la bonifica del “vicoletto del riscatto”, una nuova libreria a Secondigliano e “Libera in Goal”, il torneo di calcio in memoria di Antonio Landieri organizzato da Libera contro le mafie insieme alle realtà del quartiere.
In Sicilia, Palermo propone laboratori di rigenerazione urbana a Borgo Vecchio, un mattino di cura collettiva transfemminista allo Spazio Donna ZEN e una settimana intera di giochi a Danisinni, mentre i comuni dell’entroterra di Aidone, Barrafranca, Pietraperzia e Santa Caterina Villarmosa si attivano con “Radici di Futuro”, giornate di piantumazione e cura dei beni comuni. A Milano, il 24 giugno, una delegazione internazionale di giovani professionisti scoprirà le buone pratiche di community-making del Municipio 2 con Fondazione di Comunità Milano. A Pesaro, il 26 giugno, la Fondazione Wanda Di Ferdinando realizza “Mappe Future”, un’azione di cura del territorio a Borgo Santa Maria. A Torino, il 26 giugno, la Fondazione di Comunità Porta Palazzo porta nel quartiere Aurora “Support don’t punish”, una giornata di informazione e socialità sui diritti di chi usa sostanze. E tra Genova e la Liguria, Defence for Children International Italia anima l’intera settimana con RapLab, il laboratorio di musica rap e narrazione per ragazzi e ragazze in percorsi di giustizia minorile, e con la “suonata” finale del laboratorio musicale VivaUkulele, il 24 giugno.
Segui tutto il programma
Il calendario è in continuo aggiornamento: l’elenco completo e sempre aggiornato di tutti gli eventi, città per città, è disponibile a questo link.
Vi aspettiamo nei quartieri, nei parchi e nelle piazze d’Italia per vivere insieme la Settimana: perché le periferie, raccontate da chi le abita, sono già il futuro delle nostre città.
Sei un’associazione, gruppo territoriale o realtà sociale e desideri partecipare alla Settimana delle Periferie? Compila il form!
Settimana delle Periferie – dal 22 al 28 giugno 2026, in occasione della Giornata nazionale delle Periferie urbane (24 giugno). Un’iniziativa della Fondazione Charlemagne con la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle periferie, con il patrocinio della Camera dei Deputati.
È online la graduatoria provvisoria – in attesa di validazione da parte del Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale– del progetto di Servizio Civile Universale 2026 “Radici di prossimità. In cammino con le comunità fragili per generare risposte solidali nelle periferie della Capitale”.
La graduatoria provvisoria è consultabile a questo link.
Per garantire la tutela della privacy, l’elenco non riporta i nomi dei candidati ma il numero identificativo della domanda, indicato in alto a sinistra su ogni domanda generata dal sistema al momento della presentazione della candidatura.
È stato presentato oggi presso la Camera dei Deputati il report “La misura della disuguaglianza. Crisi del Servizio Sanitario Nazionale e divari nell’accesso alla prevenzione e alle cure oncologiche in Italia”, realizzato da Medici del Mondo Italia. Un’analisi che fotografa le crescenti disuguaglianze nell’accesso alla salute nel nostro Paese e richiama l’attenzione delle istituzioni sulla necessità di investire in modo strutturale nel Servizio Sanitario Nazionale.
Presentato alla presenza dell’On. Luana Zanella, Capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera dei Deputati, e di Serenella Caravella, economista e ricercatrice SVIMEZ, il report rappresenta la prima edizione di un lavoro che Medici del Mondo intende portare avanti negli anni per monitorare lo stato del diritto alla salute in Italia.
Il documento evidenzia come la crisi del Servizio Sanitario Nazionale non sia il risultato di un’emergenza temporanea, ma l’esito di un processo di lungo periodo caratterizzato da definanziamento progressivo, riforme incompiute e crescente ricorso alla sanità privata. Tra il 2010 e il 2019, infatti, alla sanità pubblica sono stati sottratti o non assegnati oltre 37 miliardi di euro rispetto alle risorse programmate, mentre oggi la spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,3% del PIL, al di sotto della media europea e OCSE.
Parallelamente cresce il peso della spesa sanitaria sostenuta direttamente dai cittadini, che ha raggiunto i 41,3 miliardi di euro, pari al 22,3% della spesa sanitaria complessiva. Una quota che supera ampiamente la soglia del 15% indicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come limite oltre il quale risultano compromessi i principi di universalità ed equità nell’accesso alle cure.
Tra le conseguenze più evidenti di questa situazione vi sono l’allungamento delle liste d’attesa, la carenza di personale sanitario, le profonde differenze regionali nell’offerta dei servizi e la crescente rinuncia alle cure. Solo nel 2024, oltre 5,8 milioni di persone hanno dichiarato di aver rinunciato almeno a una prestazione sanitaria per motivi economici o a causa dei tempi di attesa troppo lunghi.
L’oncologia rappresenta il principale ambito di osservazione scelto dal report per analizzare le fragilità del sistema. Nel 2023 in Italia sono state stimate circa 395.000 nuove diagnosi di tumore maligno e proprio l’accesso ai percorsi oncologici mette in luce profonde disparità territoriali. I dati relativi agli screening sono particolarmente significativi: l’adesione agli screening mammografici organizzati raggiunge il 63,2% nel Nord Italia ma si ferma al 40,1% nel Sud e nelle Isole. Ancora più critica la situazione in Calabria, dove aderisce ai programmi di screening mammografico soltanto il 22,1% della popolazione target e appena il 5,2% a quelli per il tumore del colon-retto.
Le regioni meridionali registrano inoltre una minore spesa sanitaria pro capite, una ridotta presenza di strutture ad alta specializzazione e una maggiore mobilità sanitaria, che costringe ogni anno migliaia di persone a spostarsi verso altre regioni per ricevere cure adeguate. Non sorprende quindi che la mortalità oncologica evitabile risulti più elevata nel Mezzogiorno rispetto al resto del Paese.
In questo contesto trova spazio nel report anche l’esperienza di Arghillà, quartiere periferico di Reggio Calabria caratterizzato da forti condizioni di marginalità sociale, vulnerabilità economica e difficoltà di accesso ai servizi sanitari.
Il progetto sviluppato da Medici del Mondo e sostenuto dalla Fondazione Haiku Lugano è stato selezionato come caso di studio per la sua capacità di promuovere percorsi di prossimità e facilitare l’accesso alla prevenzione oncologica tra le persone più vulnerabili. Attraverso attività di promozione della salute, accompagnamento agli screening e lavoro di rete con operatori sanitari, associazioni e servizi territoriali, il progetto ha contribuito ad avvicinare ai percorsi di prevenzione persone che, diversamente, sarebbero rimaste escluse.
Come evidenziato nel report, l’esperienza di Arghillà dimostra come sia possibile ridurre ostacoli economici, informativi, organizzativi e culturali all’accesso alle cure attraverso interventi territoriali capaci di costruire fiducia, prossimità e relazioni con le comunità locali. Un modello che mostra concretamente come la tutela del diritto alla salute passi anche attraverso la presenza nei territori più fragili e la capacità di raggiungere chi rischia di restare ai margini dei servizi.
L’inserimento del progetto all’interno del report nazionale rappresenta un importante riconoscimento del valore delle esperienze che operano quotidianamente per contrastare le disuguaglianze sanitarie e promuovere una maggiore equità nell’accesso ai diritti fondamentali. La presenza del caso Arghillà conferma inoltre l‘importanza di investire nella medicina di prossimità e nelle comunità più vulnerabili, affinché il diritto alla salute possa essere garantito a tutte e tutti, indipendentemente dal reddito, dal luogo di residenza o dalla condizione sociale.
L’Associazione Antigone ha presentato oggi il suo XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, intitolato “Tutto chiuso”. Il documento, frutto di 102 visite di monitoraggio negli istituti penitenziari italiani, racconta una situazione critica: il sistema carcerario nazionale rimane sotto estrema pressione, con numeri che confermano una crisi strutturale affatto risolta.
Un sovraffollamento senza precedenti
Al 30 aprile 2026, nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone. La capienza regolamentare è di soli 51.265 posti, ma la disponibilità reale scende ulteriormente a 46.318 posti. Il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 139,1%: in altre parole, il sistema penitenziario contiene il 39% di detenuti in più di quanto realmente possa sostenere.
La situazione è ancora più grave in otto istituti specifici, dove il tasso supera il 200%. Lucca raggiunge il 240%, Foggia il 225%, e Grosseto il 213%. Sono ben 73 gli istituti con un affollamento pari o superiore al 150%. Solo 22 carceri in tutta Italia mantengono un livello di capienza accettabile. Un dato particolarmente preoccupante emerge dal rapporto: nonostante l’annunciato piano carceri, i posti realmente disponibili sono addirittura diminuiti di 537 unità dall’avvio dello stesso.
Le carceri che chiudono
Il titolo del rapporto, “Tutto chiuso”, sintetizza una tendenza allarmante: le carceri italiane si stanno progressivamente isolando. Oggi oltre il 60% dei detenuti trascorre quasi l’intera giornata rinchiuso in cella. Solo il 22,5% si trova in sezioni a sorveglianza dinamica, dove dovrebbe essere possibile un’attività più intensiva.
Contemporaneamente, il sistema delle misure alternative alla detenzione arretra per la prima volta. Nel 2025, le prese in carico per l’affidamento in prova ai servizi sociali sono state 24.627, in calo rispetto alle 26.151 del 2024. Anche la detenzione domiciliare è diminuita, passando da 14.247 nuovi casi nel 2024 a 13.519 nel 2025. Eppure, alla fine del 2025, ben 24.348 detenuti avevano un residuo di pena inferiore a tre anni e avrebbero potuto accedere a misure alternative.
Scarsi investimenti nel reinserimento
Le prospettive di reintegrazione sociale rimangono drammaticamente limitate. Solo il 29,3% dei detenuti lavora, e l’85,6% di questi lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria in mansioni poco spendibili nel mercato del lavoro. Appena il 4,9% lavora per soggetti esterni.
Anche la formazione è inadeguata: solo il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale e il 31% segue percorsi scolastici. Ancora più marginale è l’accesso all’istruzione universitaria, che riguarda appena il 3% dei detenuti.
Questi dati riflettono un sistema che non reinserisce. Infatti, il 45,9% dei detenuti è già stato in carcere da una a quattro volte, il 10,6% da cinque a nove volte, e il 2,7% addirittura più di dieci volte. Solo il 40,8% è alla prima carcerazione.
Crisi strutturale del sistema
La crisi del sistema si manifesta anche nelle tragedie umane. Nel 2025, 82 persone si sono tolte la vita in carcere. Dall’inizio del 2026, i suicidi sono 24: in meno di un anno e mezzo, 106 persone detenute hanno perso la vita per suicidio. Gli atti di autolesionismo rimangono oltre quota 2.000 ogni 10.000 detenuti, con in media un detenuto su cinque che compie gesti autolesivi.
Dal 2018 al 2024, i tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 30 mila ricorsi per trattamenti inumani o degradanti. Un numero che supera i 4.000 ricorsi della sentenza Torreggiani contro Italia, che aveva condannato il nostro paese presso la Corte europea dei diritti dell’uomo.
Non è questione di criminalità crescente
Secondo Antigone, l’aumento del numero di detenuti non dipende da un’impennata della criminalità. I reati in Italia rimangono sostanzialmente stabili e nei primi mesi del 2025 risultano addirittura in calo dell’8%. Anche gli ingressi in carcere continuano a diminuire.
Ciò che cresce, invece, è la severità del sistema penale. Dall’inizio della legislatura, il governo ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. Sono proprio le pene più lunghe a gonfiare la popolazione carceraria, non un aumento della commissione di reati.
Una deriva anche nella giustizia minorile
La crisi del sistema carcerario italiano non riguarda solo gli adulti. Nel giugno 2025, Antigone, Defence for Children Italia e Libera hanno lanciato un appello pubblico sulla giustizia minorile italiana, segnalando una preoccupante regressione di un sistema che era stato per anni un modello europeo. Negli ultimi anni, il principio della centralità della funzione educativa è stato progressivamente sostituito da una logica sempre più repressiva e securitaria. I ragazzi e le ragazze coinvolti nel circuito penale vengono sempre più guardati come soggetti da punire piuttosto che come persone da accompagnare in percorsi di responsabilizzazione e cambiamento.
Da questa consapevolezza è scaturita una proposta audace: gli Stati Generali della giustizia minorile. Avviati dopo un’assemblea pubblica tenutasi il 25 febbraio 2026 a Roma, questa iniziativa rappresenta un percorso collettivo di confronto che coinvolge esperti, operatori, organizzazioni sociali e istituzioni. L’obiettivo è duplice: riflettere sulla condizione giovanile e sulle risposte offerte dal sistema penale, e al contempo elaborare proposte concrete di riforma da presentare al Governo e al Parlamento.
Gli Stati Generali si articolano attraverso sei tavoli tematici: questione giovanile e reazione penale, detenzione minorile, area penale esterna e comunità minorili, giovani migranti nel sistema di giustizia, competenze e risorse, e salute a misura di minorenne.
Di fronte a un sistema che rischia di rispondere alla complessità dell’adolescenza con strumenti sempre più punitivi, si è aperto uno spazio di confronto serio, plurale e competente. Come suggerito da questa iniziativa e dal rapporto di Antigone, la vera sicurezza non si costruisce con l’isolamento e la punizione, ma con investimenti nell’educazione, nella responsabilizzazione e nelle opportunità di reinserimento.
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