Dal 22 al 28 giugno 2026, le periferie italiane hanno preso parola da protagoniste per cambiare la narrazione

La prima edizione della Settimana delle Periferie si è conclusa: sette giorni in cui le periferie italiane non sono state oggetto di racconto altrui, ma hanno scelto come e cosa raccontare di sé. I numeri parlano chiaro: oltre 10.000 persone coinvolte, più di 70 eventi distribuiti in tutto il paese, da Roma a Palermo, da Genova a Torino, da Napoli a Lecce, dall’entroterra siciliano alla Sardegna, passando per le Marche e la Calabria. Un’iniziativa nata dalla collaborazione tra Fondazione Charlemagne e la Commissione parlamentare sulle periferie, che ha scelto come momento simbolico la Giornata Nazionale delle Periferie Urbane del 24 giugno per affermare un concetto semplice ma necessario: le periferie esistono, non come margini ma come spazi di possibilità, che quotidianamente creano comunità proiettandosi al futuro.

Una mappa del paese di cui ancora non si parla

Il calendario della Settimana ha attraversato l’Italia da nord a sud, e da est ad ovest disegnando una mappa alternativa del paese: quella delle realtà civiche, delle cooperative sociali, dei comitati di quartiere, delle associazioni di promozione sociale che ogni giorno lavorano nei territori.

A Roma, fulcro di oltre quaranta iniziative diffuse in tutti i quadranti della città, le periferie si sono animate con una varietà che sfida ogni narrazione semplificatrice. Tra le tante, al Prenestino, La Maison APS ha aperto una mostra fotografica in cui persone con disabilità hanno restituito il loro sguardo sugli spazi urbani. A Pietralata, Liberi Nantes ha portato in campo un’amichevole di calcio nel segno della Refugee Week, trasformando lo sport in uno strumento di memoria migrante. A Quartaccio, la grande festa di chiusura del percorso comunitario “Live in Quartaccio” promossa da Zip Zone di Intersezione Positiva APS ha celebrato mesi di laboratori di educazione, arte e ambiente, coronati dalla nascita di una biblioteca all’aperto sulla flora urbana. A Corviale, Calciosociale ha continuato il suo centro estivo, perché l’estate non è una pausa ma un tempo di crescita. Al Laurentino 38, APS Pontedincontro ha chiuso la stagione con un workshop di kintsugi – l’arte giapponese di riparare con l’oro – come metafora perfetta del lavoro di cura che si fa ogni giorno nei quartieri. La Fondazione Piccolo America ha illuminato per cinque sere le piazze di Casale della Cervelletta e Monte Ciocci con il Cinema in Piazza. Retake Roma è tornata sulle aiuole di Largo Don Orione, con residenti, anziani e bambini. A Ostia, biologi marini di APS Sotto al Mare hanno guidato una biopasseggiata sul litorale. A Testaccio, la Falegnameria Sociale di K_Alma ha costruito con la cittadinanza una panchina in legno sopravvissuto alla tempesta Vaia, impreziosita dai versi dei Poeti del Trullo.

A Napoli, nella Scampia che non vuole essere solo cronaca, la Fondazione Alessandro Pavesi ha raccontato la storia di (R)esistenza, spazio sottratto alla camorra e restituito alla comunità, e Libera contro le mafie ha rinnovato il torneo “Libera in Goal”, trent’anni di calcio contro le mafie nel nome di Antonio Landieri. A Palermo, tra Borgo Vecchio, Danisinni, ZEN e Kalsa, le periferie siciliane hanno ospitato laboratori creativi per bambini, una settimana di giochi senza frontiere, un ricamo collettivo transfemminista e tre giorni di formazione sull’etica efficace. A Cagliari, il Teatro Dante di Pirri si è trasformato per una sera in un palcoscenico di arti vive. Nell’entroterra siciliano, ad Aidone, Barrafranca, Pietraperzia e Santa Caterina Villarmosa, tutti comuni a rischio spopolamento, Associazione Don Bosco 2000 ha piantato alberi insieme alle comunità di accoglienza, come gesto condiviso di cura e di futuro.

A Lecce, nel quartiere Ferrovia, la Fondazione Emmanuel ha aperto la Casa Comune per un incontro sulla centralità della persona nelle periferie urbane. A Pesaro, a Torino, a Milano, a Genova e in Liguria, dove infine Defence for Children International ha portato i ragazzi di RapLab sul palco di una festa di quartiere e poi all’Istituto Penale Minorile di Pontremoli, ogni territorio ha portato la propria voce all’interno di un coro che per una settimana ha risuonato in tutta Italia.

Una parola per descrivere la tua periferia

In occasione della Settimana, abbiamo chiesto alle associazioni e ai comitati di quartiere partecipanti di fermarsi un momento e trovare una sola parola per raccontare il proprio territorio. Le parole che sono arrivate compongono un vocabolario inedito, vivo, contraddittorio e vero come solo la realtà sa essere:

Resistente. Fioritura. Comunità. Sudore. Reale. Isola che non c’è. Cura. Trasformazioni. Unitarietà. Transgenerazionalità. Eterogeneo. Relazione. Isolati. Radici nel cemento. Inclusione. Poliedrico. Floreale. Amichevole. Multiculturale. Materiale inespresso. Perseveranza.

Parole che non si trovano nelle pagine nazionali ma che raccontano l’ostinazione e la fiducia di chi ogni giorno si impegna per il futuro della propria comunità. Di generazioni che si trasmettono qualcosa senza saperlo formalizzare. Di luoghi che sembrano isole e invece sono connessi a tutto. Di “materiale inespresso” che aspetta solo di essere visto: questo vocabolario è, forse, il risultato più prezioso della prima Settimana delle Periferie.

La parola della presidente

«Nelle periferie italiane esistono già prassi importantissime di dialogo tra cittadini, gruppi organizzati, realtà spontanee e amministrazioni locali», afferma Stefania Mancini, presidente di Fondazione Charlemagne. «Quello che vogliamo è che queste prassi diventino prassi  nazionale. La filantropia — come ci insegna Otto Scharmer — può essere il collante e il facilitatore tra istituzioni e comunità. Per questo quest’anno abbiamo inserito nel programma Periferiacapitale la presenza di ASGI, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, per sostenere contenziosi strategici su difficoltà concrete che emergono nei territori. Se questo movimento continua a partire dal basso, non è possibile che non contamini anche chi sta in alto. L’ambizione di cambiare la narrazione è legittima. E’ urgente. Forse siamo tutti un po’ stanchi di sentirci raccontare solo il negativo: io vorrei che i media ci raccontassero anche il buono. Questa Settimana è stata, tra le altre cose, la prova che il buono c’è, è diffuso, e merita di essere visto.»

Una prima edizione, non un punto di arrivo

La Settimana delle Periferie 2026 è stata la prima edizione, a cui desideriamo seguano tante altre. In sette giorni, più di settanta realtà hanno dimostrato che le periferie italiane sono laboratori di innovazione civica, spazi di cura collettiva, luoghi dove si sperimenta ogni giorno ciò che altrove si teorizza. Che la prossimità non è un limite ma un metodo. Che la fiducia reciproca tra comunità, istituzioni e terzo settore non è utopia: è già in corso, in molti luoghi, con fatica e con orgoglio. Per questo, il programma Periferiacapitale di Fondazione Charlemagne continua il suo lavoro di accompagnamento alle realtà civiche nelle periferie romane e italiane: perché le periferie non hanno bisogno di essere salvate, hanno bisogno di essere ascoltate.

È stato presentato oggi presso la Camera dei Deputati il report “La misura della disuguaglianza. Crisi del Servizio Sanitario Nazionale e divari nell’accesso alla prevenzione e alle cure oncologiche in Italia”, realizzato da Medici del Mondo Italia. Un’analisi che fotografa le crescenti disuguaglianze nell’accesso alla salute nel nostro Paese e richiama l’attenzione delle istituzioni sulla necessità di investire in modo strutturale nel Servizio Sanitario Nazionale.

Presentato alla presenza dell’On. Luana Zanella, Capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera dei Deputati, e di Serenella Caravella, economista e ricercatrice SVIMEZ, il report rappresenta la prima edizione di un lavoro che Medici del Mondo intende portare avanti negli anni per monitorare lo stato del diritto alla salute in Italia.

Il documento evidenzia come la crisi del Servizio Sanitario Nazionale non sia il risultato di un’emergenza temporanea, ma l’esito di un processo di lungo periodo caratterizzato da definanziamento progressivo, riforme incompiute e crescente ricorso alla sanità privata. Tra il 2010 e il 2019, infatti, alla sanità pubblica sono stati sottratti o non assegnati oltre 37 miliardi di euro rispetto alle risorse programmate, mentre oggi la spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,3% del PIL, al di sotto della media europea e OCSE.

Parallelamente cresce il peso della spesa sanitaria sostenuta direttamente dai cittadini, che ha raggiunto i 41,3 miliardi di euro, pari al 22,3% della spesa sanitaria complessiva. Una quota che supera ampiamente la soglia del 15% indicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come limite oltre il quale risultano compromessi i principi di universalità ed equità nell’accesso alle cure.

Tra le conseguenze più evidenti di questa situazione vi sono l’allungamento delle liste d’attesa, la carenza di personale sanitario, le profonde differenze regionali nell’offerta dei servizi e la crescente rinuncia alle cure. Solo nel 2024, oltre 5,8 milioni di persone hanno dichiarato di aver rinunciato almeno a una prestazione sanitaria per motivi economici o a causa dei tempi di attesa troppo lunghi.

L’oncologia rappresenta il principale ambito di osservazione scelto dal report per analizzare le fragilità del sistema. Nel 2023 in Italia sono state stimate circa 395.000 nuove diagnosi di tumore maligno e proprio l’accesso ai percorsi oncologici mette in luce profonde disparità territoriali. I dati relativi agli screening sono particolarmente significativi: l’adesione agli screening mammografici organizzati raggiunge il 63,2% nel Nord Italia ma si ferma al 40,1% nel Sud e nelle Isole. Ancora più critica la situazione in Calabria, dove aderisce ai programmi di screening mammografico soltanto il 22,1% della popolazione target e appena il 5,2% a quelli per il tumore del colon-retto.

Le regioni meridionali registrano inoltre una minore spesa sanitaria pro capite, una ridotta presenza di strutture ad alta specializzazione e una maggiore mobilità sanitaria, che costringe ogni anno migliaia di persone a spostarsi verso altre regioni per ricevere cure adeguate. Non sorprende quindi che la mortalità oncologica evitabile risulti più elevata nel Mezzogiorno rispetto al resto del Paese.

In questo contesto trova spazio nel report anche l’esperienza di Arghillà, quartiere periferico di Reggio Calabria caratterizzato da forti condizioni di marginalità sociale, vulnerabilità economica e difficoltà di accesso ai servizi sanitari.

Il progetto sviluppato da Medici del Mondo e sostenuto dalla Fondazione Haiku Lugano è stato selezionato come caso di studio per la sua capacità di promuovere percorsi di prossimità e facilitare l’accesso alla prevenzione oncologica tra le persone più vulnerabili. Attraverso attività di promozione della salute, accompagnamento agli screening e lavoro di rete con operatori sanitari, associazioni e servizi territoriali, il progetto ha contribuito ad avvicinare ai percorsi di prevenzione persone che, diversamente, sarebbero rimaste escluse.

Come evidenziato nel report, l’esperienza di Arghillà dimostra come sia possibile ridurre ostacoli economici, informativi, organizzativi e culturali all’accesso alle cure attraverso interventi territoriali capaci di costruire fiducia, prossimità e relazioni con le comunità locali. Un modello che mostra concretamente come la tutela del diritto alla salute passi anche attraverso la presenza nei territori più fragili e la capacità di raggiungere chi rischia di restare ai margini dei servizi.

L’inserimento del progetto all’interno del report nazionale rappresenta un importante riconoscimento del valore delle esperienze che operano quotidianamente per contrastare le disuguaglianze sanitarie e promuovere una maggiore equità nell’accesso ai diritti fondamentali. La presenza del caso Arghillà conferma inoltre l‘importanza di investire nella medicina di prossimità e nelle comunità più vulnerabili, affinché il diritto alla salute possa essere garantito a tutte e tutti, indipendentemente dal reddito, dal luogo di residenza o dalla condizione sociale.

Il report completo è disponibile sul sito web di Medici Nel Mondo.

L’Associazione Antigone ha presentato oggi il suo XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, intitolato “Tutto chiuso”. Il documento, frutto di 102 visite di monitoraggio negli istituti penitenziari italiani, racconta una situazione critica: il sistema carcerario nazionale rimane sotto estrema pressione, con numeri che confermano una crisi strutturale affatto risolta.

Un sovraffollamento senza precedenti

Al 30 aprile 2026, nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone. La capienza regolamentare è di soli 51.265 posti, ma la disponibilità reale scende ulteriormente a 46.318 posti. Il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 139,1%: in altre parole, il sistema penitenziario contiene il 39% di detenuti in più di quanto realmente possa sostenere.

La situazione è ancora più grave in otto istituti specifici, dove il tasso supera il 200%. Lucca raggiunge il 240%, Foggia il 225%, e Grosseto il 213%. Sono ben 73 gli istituti con un affollamento pari o superiore al 150%. Solo 22 carceri in tutta Italia mantengono un livello di capienza accettabile. Un dato particolarmente preoccupante emerge dal rapporto: nonostante l’annunciato piano carceri, i posti realmente disponibili sono addirittura diminuiti di 537 unità dall’avvio dello stesso.

Le carceri che chiudono

Il titolo del rapporto, “Tutto chiuso”, sintetizza una tendenza allarmante: le carceri italiane si stanno progressivamente isolando. Oggi oltre il 60% dei detenuti trascorre quasi l’intera giornata rinchiuso in cella. Solo il 22,5% si trova in sezioni a sorveglianza dinamica, dove dovrebbe essere possibile un’attività più intensiva.

Contemporaneamente, il sistema delle misure alternative alla detenzione arretra per la prima volta. Nel 2025, le prese in carico per l’affidamento in prova ai servizi sociali sono state 24.627, in calo rispetto alle 26.151 del 2024. Anche la detenzione domiciliare è diminuita, passando da 14.247 nuovi casi nel 2024 a 13.519 nel 2025. Eppure, alla fine del 2025, ben 24.348 detenuti avevano un residuo di pena inferiore a tre anni e avrebbero potuto accedere a misure alternative.

Scarsi investimenti nel reinserimento

Le prospettive di reintegrazione sociale rimangono drammaticamente limitate. Solo il 29,3% dei detenuti lavora, e l’85,6% di questi lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria in mansioni poco spendibili nel mercato del lavoro. Appena il 4,9% lavora per soggetti esterni.

Anche la formazione è inadeguata: solo il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale e il 31% segue percorsi scolastici. Ancora più marginale è l’accesso all’istruzione universitaria, che riguarda appena il 3% dei detenuti.

Questi dati riflettono un sistema che non reinserisce. Infatti, il 45,9% dei detenuti è già stato in carcere da una a quattro volte, il 10,6% da cinque a nove volte, e il 2,7% addirittura più di dieci volte. Solo il 40,8% è alla prima carcerazione.

Crisi strutturale del sistema

La crisi del sistema si manifesta anche nelle tragedie umane. Nel 2025, 82 persone si sono tolte la vita in carcere. Dall’inizio del 2026, i suicidi sono 24: in meno di un anno e mezzo, 106 persone detenute hanno perso la vita per suicidio. Gli atti di autolesionismo rimangono oltre quota 2.000 ogni 10.000 detenuti, con in media un detenuto su cinque che compie gesti autolesivi.

Dal 2018 al 2024, i tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 30 mila ricorsi per trattamenti inumani o degradanti. Un numero che supera i 4.000 ricorsi della sentenza Torreggiani contro Italia, che aveva condannato il nostro paese presso la Corte europea dei diritti dell’uomo.

Non è questione di criminalità crescente

Secondo Antigone, l’aumento del numero di detenuti non dipende da un’impennata della criminalità. I reati in Italia rimangono sostanzialmente stabili e nei primi mesi del 2025 risultano addirittura in calo dell’8%. Anche gli ingressi in carcere continuano a diminuire.

Ciò che cresce, invece, è la severità del sistema penale. Dall’inizio della legislatura, il governo ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. Sono proprio le pene più lunghe a gonfiare la popolazione carceraria, non un aumento della commissione di reati.

Una deriva anche nella giustizia minorile

La crisi del sistema carcerario italiano non riguarda solo gli adulti. Nel giugno 2025, Antigone, Defence for Children Italia e Libera hanno lanciato un appello pubblico sulla giustizia minorile italiana, segnalando una preoccupante regressione di un sistema che era stato per anni un modello europeo. Negli ultimi anni, il principio della centralità della funzione educativa è stato progressivamente sostituito da una logica sempre più repressiva e securitaria. I ragazzi e le ragazze coinvolti nel circuito penale vengono sempre più guardati come soggetti da punire piuttosto che come persone da accompagnare in percorsi di responsabilizzazione e cambiamento.

Da questa consapevolezza è scaturita una proposta audace: gli Stati Generali della giustizia minorile. Avviati dopo un’assemblea pubblica tenutasi il 25 febbraio 2026 a Roma, questa iniziativa rappresenta un percorso collettivo di confronto che coinvolge esperti, operatori, organizzazioni sociali e istituzioni. L’obiettivo è duplice: riflettere sulla condizione giovanile e sulle risposte offerte dal sistema penale, e al contempo elaborare proposte concrete di riforma da presentare al Governo e al Parlamento.

Gli Stati Generali si articolano attraverso sei tavoli tematici: questione giovanile e reazione penale, detenzione minorile, area penale esterna e comunità minorili, giovani migranti nel sistema di giustizia, competenze e risorse, e salute a misura di minorenne.

Di fronte a un sistema che rischia di rispondere alla complessità dell’adolescenza con strumenti sempre più punitivi, si è aperto uno spazio di confronto serio, plurale e competente. Come suggerito da questa iniziativa e dal rapporto di Antigone, la vera sicurezza non si costruisce con l’isolamento e la punizione, ma con investimenti nell’educazione, nella responsabilizzazione e nelle opportunità di reinserimento.