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La cultura diventa cura sociale: uno sguardo sul nuovo fondo creato dalla Legge di Bilancio

La cultura entra nel lessico delle politiche di cura: con la Legge di Bilancio 2026 viene istituito il Fondo per la cultura terapeutica e la cura sociale, uno strumento che riconosce il valore delle arti e del patrimonio culturale come leve di benessere, inclusione e supporto alle persone in condizione di fragilità e marginalità.

Il provvedimento prevede che, «al fine di sostenere gli enti locali, gli enti del Terzo settore, le associazioni, le fondazioni e le organizzazioni della società civile che rendono fruibili le arti dello spettacolo e il patrimonio culturale quali strumenti terapeutici per fornire sollievo alle persone con disabilità o in situazione di marginalità sociale e alle loro famiglie», sia istituito presso il Ministero della Cultura un Fondo dedicato, con una dotazione di 1 milione di euro annui a decorrere dal 2026. La definizione dei criteri e delle modalità di riparto è demandata a un successivo decreto ministeriale, adottato in raccordo con i Ministeri competenti in materia di salute, disabilità, politiche sociali e pari opportunità.

Fondazione Charlemagne accoglie con interesse questo passaggio, che rappresenta un primo riconoscimento istituzionale del ruolo sociale della cultura. Al tempo stesso, emerge una questione cruciale: il rischio che il Fondo, se interpretato e applicato in modo esclusivamente terapeutico, possa risultare limitante nella sua portata. Una concezione della “cura” intesa solo come risposta a un disagio già manifesto rischia infatti di lasciare scoperto un ampio ambito di intervento preventivo, nel quale la cultura agisce come fattore di protezione, di rafforzamento delle capacità individuali e collettive, di costruzione di benessere prima che la fragilità si traduca in emergenza.

Molte pratiche culturali a forte impatto sociale operano proprio in questa dimensione preventiva e quotidiana: non come terapia in senso clinico, ma come spazi di accesso, relazione, partecipazione e riconoscimento. Escludere o marginalizzare questo livello di azione significherebbe creare un vuoto di offerta, riducendo la capacità del Fondo di incidere in modo strutturale sulle disuguaglianze e sulle condizioni che le generano.

In coerenza con il proprio impegno a favore di una cultura intesa come infrastruttura sociale, Fondazione Charlemagne seguirà con attenzione l’attuazione di questa misura, monitorandone criteri, modalità applicative ed effetti concreti sui territori. Uno sguardo orientato a comprendere se e come questa misura saprà valorizzare pienamente il potenziale della cultura non solo come risposta al disagio, ma come pratica diffusa e preventiva di cura delle comunità.

(foto: ©MatteoCapone / Open House)

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